i minerali del viterbese

navigando in rete, mentre ero alla ricerca di notizie sulle miniere di ferro etrusche nei pressi di Ferento, mi sono imbattuto in questo interessantissimo articolo che parla della geleologia del territorio viterbese e dei suoi minerali (tra cui l'uranio!!!) Il tutto arricchito da numerose ed importanti notizie storiche.

l'indirizzo dell'articolo originale è il seguente:


ho rintracciato sul sito il nome dell'autore di questo articolo, Rossano Carlini, che spero non si dispiaccia per questo copia/incolla, a cui va il ringraziamento per aver dedicato tempo e fatica per redarre questo interessante articolo.

Vulcano Cimino

Nella notte dei tempi, siamo nel Pliocene, poco prima del Quaternario, l’odierna provincia di Viterbo era una grande distesa di mare da cui, forse, emergevano solo il monte Soratte ed il monte Canino. Quando si formò la catena degli Appennini emersero due sistemi vulcanici: quello Vulsino e quello Cimino, le cui cime più alte erano il Cimino (1054 m.) e la Palanzana (802 m.), seguite da alture minori fra cui il Vico. In seguito ad altre turbolenze geologiche e vulcaniche, il monte Vico sprofondò, mentre si formava il monte Venere, la depressione, nel corso dei millenni, si riempì d’acqua e si formò il lago di Vico.
Oggi il monte Cimino rimane la cima più alta, seguita dal monte Fogliano (966 m.), dal monte Venere (837 m.) e dal Poggio del Nibbio. Ricoperta da una folta vegetazione composta da faggi e castagni, arricchita anche da un sottobosco fittissimo, la Selva Cimina impressionò anche le legioni degli antichi romani durante la conquista dell’Etruria.  
Lo storico romano Tito Livio ci racconta che, fino alla fine del IV secolo a.c.., questi boschi costituivano un limite invalicabile a causa sia della impenetrabilità sia delle leggende che lo volevano pieno di sortilegi e presenze inquietanti. Solo nel 310 a.C. il console Fabio Rulliano, dopo aver esplorato con molta cura la zona ed aver rassicurato i legionari che le sinistre presenze erano solo leggende popolari, abilmente alimentate dagli Etruschi, s’inoltrò attraverso il fitto bosco. 
Il lago di Vico, un tempo, era chiamato lacus Ciminus, in un secondo momento assunse il nome odierno dal Castrum Vici, il castello dei prefetti di Vico, del quale oggi rimangono alcune tracce, neanche troppo sicure, perse in mezzo alla vegetazione sulle rive  meridionali. Il livello del lago era molto più alto, circa venti metri, rispetto a quello attuale ed il deflusso delle acque era assicurato da una fenditura presso l’attuale zona residenziale del Poggio Cavaliere (comune di Ronciglione). L’intervento, nel sedicesimo secolo, di Pierluigi Farnese, duca di Castro e di Ronciglione, dotò il lago di un emissario artificiale, che scaricava le acque nel Rio Vicano, lungo la cui valle di scorrimento sorsero, in varie epoche, piccole industrie che sfruttavano la forza motrice dell’acqua. Come tutti i luoghi dal passato illustre anche il lago di Vico ha la sua bella leggenda: si racconta che Ercole, passando da queste parti e volendo mettere alla prova la forza degli abitanti locali, conficcò la sua clava nel terreno e sfidò i presenti ad estrarla: ovviamente nessuno ci riuscì ed il dio, fiero della sua forza, la divelse con uno strattone e, dalla voragine, scaturì una sorgente d’acqua che formò il lago! 

Percorrendo la strada Cassia Cimina in direzione di Caprarola o di Ronciglione, la gemma color zaffiro del lago ci appare incastonata tra le verdi pendici del monte Fogliano e del monte Venere; sorge a 500 metri d’altitudine ed è profondo circa 60 metri. La famiglia dei Vico, cui il lago deve il nome moderno, ebbe una storia complessa nel corso del X e XI secolo; dopo la conferma del titolo di Prefetti da parte della casa di Sassonia, i Vico ampliarono i loro domini, fino a scontrarsi con le potenti famiglie degli Anguillara, degli Orsini e dei Farnese. 

La caduta della famiglia avvenne nel corso del XV secolo, quando si trovarono a contesa Giacomo di Vico, il papa Eugenio IV (Gabriele Condulmer, Venezia 1383 - Roma 1447) ed il cardinale Giovanni Vitelleschi. Quest’ultimo, con l’aiuto d’Everso d’Anguillara, sconfisse il Vico e lo fece decapitare sulla piazza di Soriano nell’agosto del 1435.

Percorrendo la strada ombrosa che sale sulle pendici del monte Fogliano, non può mancare una sosta alle rovine dell’eremo di S. Girolamo, fondato verso il XVI secolo: in questo periodo un gentiluomo senese, Girolamo Gabrielli, abbandonò famiglia e possessi ritirandosi a vita eremitica negli impenetrabili boschi del monte.

Poco durò la sua pace: nel 1527 i lanzichenecchi di Carlo V, inviati contro il papa Clemente VII (Giulio de’ Medici, Firenze 1478 – Roma 1534) assalirono l’eremita, costringendolo alla fuga. Solo alcuni anni più tardi un concittadino di S. Girolamo, fra’ Marcantonio, fece ricostruire l’eremo, che le fonti attestano esistente ancora nel 1628.

Sempre sulle pendici del monte Fogliano si può visitare il convento di “S. Angelo al monte Fogliano”, fondato dai monaci benedettini, che nel 1200 ottennero dal papa Onorio III (al secolo Cencio Savelli) di passare alla regola cistercense. Il convento fu abbandonato nel XIV secolo, poi fu restaurato e, odiernamente, è tenuto dai padri Passionisti. Nel pronao si scorge una lapide menzionante il grande tenore Beniamino Gigli, che era solito trascorrere qui lunghi periodi di riposo.

Presso la vetta del monte Cimino, il bosco della “Faggeta” è meta d’escursioni e passeggiate a piedi; oltre al “castello”, un agglomerato di massi vulcanici ricoperti di muschio, si può ammirare il “Sasso mendicante”: Si tratta di un masso enorme, eruttato dal vulcano Cimino. Questo sassolino lungo otto metri, largo sette, spesso tre ed il cui peso è stimato intorno alle 500 tonnellate, andò a cadere su un altro sasso seminterrato, ed è possibile scuoterlo e vederlo oscillare, facendo leva con un bastone di legno inserito alla sua base. Era conosciuto fin dai tempi più antichi: Plinio il Vecchio lo chiamò naturae miraculum, Varrone totius mundi portentum, Gallo lo definì terrestre navigium.

La Palanzana è il monte dei viterbesi, dato che, con i suoi 800 metri d’altezza domina la pianura su cui sorge il capoluogo, e dalle cui falde sgorga un’acqua freschissima, nota come “acqua della Palanzana”. Anche qui numerose sono le memorie storiche: la Massa Palentiana, era, nel VI secolo possesso del re dei Goti Teodorico; una colonna, appartenente al convento di “S. Maria in Palanzana”, ormai distrutto attualmente è visibile sotto il leone in nenfro, nella torre del Comune di Viterbo.

Anche i paesi che sorgono sulle pendici di questi monti meritano un cenno: percorrendo la Cassia bis o Cimina, incontriamo Ronciglione, posto a 405 metri sul livello del mare, ricco di storia e di documenti artistici. 

A soli sei chilometri troviamo lo splendido palazzo Farnese nel paese di Caprarola, ove si possono visitare anche la chiesa di S. Teresa e la chiesa della Madonna della Consolazione. La strada Cassia Cimina ci conduce a Canepina, ombreggiata da castagni secolari, e sovrastata dall’antico castello dei Vico passato poi agli Anguillara. 

Sempre la Cassia ci conduce a Soriano, che sorge sulle pendici nord – est del monte Cimino. Il duca Orso Orsini fece costruire il massiccio castello, teatro di oscure e sanguinose vicende nei secoli seguenti. 

Circa un secolo dopo l’esecuzione di Giacomo Di Vico, la roccaforte era diventata di proprietà di Giovanni Carafa, nipote del papa Paolo IV, la cui moglie, Violante, era celebre per la sua bellezza. Di lei s’innamorò il cognato, il cardinale Carlo, che cercò di sedurla senza riuscirci. Smanioso di vendetta il cardinale accusò la donna di essere l’amante del nobile gentiluomo Marcello Capece. 

Il Carafa volle vendicare la presunta offesa e, catturato Capece ed i suoi amici nel feudo di Gallese, li fece torturare per sapere la verità, poi finì Marcello a pugnalate e strangolò la povera Violante. Alcuni anni più tardi la crudeltà del marito che si credeva tradito fu punita dal nuovo Pontefice: Pio IV de’ Medici fece decapitare il Carafa ed i suoi sgherri nel cortile di Castel Sant’Angelo a Roma.

Scendendo lungo le pendici nord del monte, arriviamo a Bagnaia, la cui fama si deve a quel capolavoro dell’arte rinascimentale che è Villa Lante. Il complesso architettonico è composto da due palazzine, immerse nei giochi d’acqua. La prima fu commissionata al Vignola, che stava lavorando al Palazzo Farnese di Caprarola, da parte del cardinale Gambara, la seconda fu realizzata più tardi, per volere del cardinale Montalto.

Seguendo la moderna superstrada “Ortana” in direzione di Roma si arriva a Vetralla, paese ricco di storia e di battaglie, che videro contrapporsi le grandi famiglie degli Orsini, degli Anguillara, dei Borgia e dei Medici. Qui è anche conservato uno dei pochi documenti della famiglia De Vico: la tomba di un certo Briobris, morto nel 1353, figlio naturale di un Giovanni De Vico.

Geologia e Morfologia

L'origine geologica dei Monti Cimini e della valle che ospita il Lago di Vico si deve attribuire a manifestazioni vulcaniche con fenomeni esplosivi che hanno generato terreni formati da vari tipi di tufo. L'attività esplosiva ha diffuso anche a grande distanza ceneri e lapilli che, hanno dato origine alle cosi dette rocce piroclastiche. L'apparato vulcanico del Monte Cimino, situato pochi chilometri a nord della riserva naturale, ha iniziato per primo, alla fine del Pliocene (circa 4,5 milioni di anni fa), la sua attività eruttiva. I prodotti delle eruzioni cimine si sovrapposero alle argille ed alle sabbie marine della valle del Tevere. A quel tempo l'altezza del cono del Cimino era forse doppia di quella attuale e in questa fase eruttiva si ha la formazione del peperino, tipica roccia vulcanica del Lazio vulcanico. Successivamente, nel Pleistocene, inizia l'attività del Vulcano di Vico con emissione di lave caratterizzate dalla presenza della Leucite, totalmente assente nelle lave del Cimino. 

Il Vulcano di Vico alterna poi pause a violente esplosioni con la formazione di rocce prevalentemente tufacee, tra cui si distingue il tufo grigio a scorie nere. Dopo il lungo periodo di intensa attività vulcanica si ha avuto uno sprofondamento vulcanico-tettonico che ha causato la formazione della Caldera di Vico. L'attività vulcanica e poi continuata con fasi alterne e continua attualmente con manifestazioni secondarie, come le numerose sorgenti termominerali presenti nella zona. I confini della Riserva Naturale corrono in gran parte lungo il crinale della cinta craterica e racchiudono in una grande conca il Lago stesso ed il Monte Venere (851 mt.). Il territorio di fondovalle è pianeggiante ma il versante interno della conca raggiunge una pendenza molto rilevante. L'altitudine varia da 510 a 965 metri s.l.m. e le punte massime si raggiungono sul Monte Fogliano (965 mt.), Poggio Nibbio (896 mt.), Poggio Gallesano (939 mt.) 

Comincia circa 90.000 anni fa la storia di Soriano al Cimino, con il formarsi del primo abbozzo di paesaggio provocato dalle violente eruzioni del vulcano Cimino, tufo bianco e rosso modellano il suolo e poi, mentre il vulcano di Vico sprofonda e dà origine al lago di Vico, quello Cimino continua ancora con le sua fase esplosiva poi vento e acqua lavorano creando l'interessante morfologia attuale.
E su quelle terre, prima con insediamenti preistorici (9.000 anni fa) e poi con le prime radici certe inizia a popolarsi la zona su cui nascerà il paese.

Il Monte Cimino, è un complesso vulcanico con una cupola di lava del Pleistocene che caratterizza gran parte della provincia di Viterbo. Questo complesso vulcanico ha prodotto una delle lave che sono maggiormente presenti ed utilizzate nell'edilizia, noto localmente come "Peperino", un materiale molto duro bene adatto alla costruzione.

Il Monte Cimino è il più vecchio dei vulcani dell'alto Lazio, essendo stato attivo da 1.35 a 0.8 milioni di anni fa. La sua attività è stata caratterizzata dall'emissione di colate acide e viscose (magma contenente rocce riolitiche e trachitiche), queste colate hanno interessatole fessure delle condotte vulcaniche  ed hanno contribuito alla formazione di numerose cupole laviche. La crescita di molte di queste cupole è stata accompagnata da attività esplosiva violenta e probabilmente, crollo e "avalanching" dalle cupole, che hanno generato entrambe valanghe ardenti, tali da produrre un vasto altopiano o grembiule ignimbrite, intorno al complesso di cupola Cimino.  

Oggi, sono più di 50 gli antichi crateri vulcanici ancora riconoscibili nell'area Cimino e si può supporre che siano molti di più quelli più antichi che sono stati ricoperti dalle colate piroclastiche  e dalle fase esplosiva finale. Questa antica attività vulcanica ancora oggi pertanto visibile, rendono particolarmente affascinante tutta l'area del Cimino con la sua caratteristica morfologia collinare.

Durante la fase finale dell'attività vulcanica del Cimino, sono state emesse dai centri eruttivi della parte più alta del complesso, lave latitiche molto fluide ricche di pirosseni,  che hanno formato colate laviche lunghe fino a 10 km, principalmente a NW, N e Nord-Est. 

Nell'area di Soriano al Cimino sono evidenti in tutte le direzioni  lave latitico-trachitiche oliviniche che rappresentano l'attività finale del vulcanesimo cimino e nelle cave nelle immediate vicinanze dell'abitato di Soriano è stato possibile osservare uno spessore di alcune decine di metri, con evidenti fessurazioni colonnari. Queste lave sono di colore grigio fino al grigio-violaceo con presenza di grandi cristalli di Sanidino (soltanto nelle colate a W del Cimino). Sono frequenti anche Pirosseni (Augite ed Iperstene), Olivina,, Plagioclasi, Biotite e Sanidino.

Peperino
Il Peperino è il più antico dei materiali affioranti del vulcano Cimino; esso forma un plateau il cui raggio si aggira tra i 12 ed i 15 Km.
I dati chimici lo fanno definire una roccia ignimbritica quarzolatitica. Questa roccia trova ampio impiego nei più svariati campi dell’edilizia pubblica e residenziale, il nome trae origine dal suo colore grigio macchiettato come il sale e il pepe.
Nelle nostre cave si estraggono il peperino grigio, il peperino rosa (rarissimo e ricercato) la trachite grigia lavica. Questi materiali presentano elevate caratteristiche di resistenza meccanica.

Farine Fossili
Giacimenti di farine fossili sono presenti in numerose località localizzate tra gli apparati vulcanici Vulsini (zona meridionale) e quello Cimino. Sono questi depositi ricollegabili con l'esistenza di antichi bacinilacustri che hanno occupato aree vulcaniche. Le farine fossili si osservano in masse biancastre pulvurulente suddivise in strati o più raramente in gusci a strati.
Le cave per la estrazione delle farine fossili sono state abbastanza importanti fin dai primi del'900 in particolare furono sviluppate zone estrattive nelle vicinanze degli abitati di Grotte Santo Stefano, Celleno, Bagnoregio, Bassano in Teverina e Castiglione in Teverina. In queste località furono pertanto aperte escavazioni a cielo aperto con fronti estrattivi anche di qualche decina di metri. Oggi per l'esaurimento di gran parte delle cave le escavazioni hanno subito un notevole ridimensionamento.

Minerali Radioattivi (da"andamento delle ricerche del Distretto Minerario di Roma)
In provincia di Viterbo sono state abbastanza numerose le ricerche per minerali radioattivi, in particolare si citano i seguenti:
  • Permesso "Macchia Grande"(Comune di Viterbo), C.N.E.N.-. In sotterraneo, è stata prolungata la traversa T2 sino all'uscita a giorno ed èp stato approntato l'imbocco della galleria G4. Nella galleria G2 e nella traversa T2 sono stati effettuati sondaggi radiali corti allo scopo di accertare il proseguimento delle mineralizzazioni. Altri sondaggi sono stati portati a termine in superficie. Detti lavori hanno accertato la presenza di uno strato utile di 1 metro con tenori medi di 2-4%. Nel 1974, però, il permesso è scaduto.
  • Permesso "La Carbonara" (comuni di Viterbo, Celleno e Bagnoregio)- C.N.E.N. Sono stati effettuati sondaggi per complessivi 2.234 m, nelle vicinanze di vetriolo è stato individuato un corpo mineralizzato dalle dimensioni di pianta di metro 1.000x500. La mineralizzazione si compone di cinque livelli uraniferi dispersi in una serie vulcanico - sedimentaria della potenza media di 30 metri. Nel 1974, però, il permesso è scaduto.
  • Permesso "Lagarelle" (Comune di Viterbo) - C.N.E.N. La mineralizzazione uranifera individuata si estende su una superficie di 2 kmq e risulta distribuita in stratarelli a diversa profondità. In complesso, nell'area del permesso sono stati effettuati n.5 sondaggi, per un totale di 320 metri, a carotaggio continuo e n. 38 sondaggi, a distruzione del nucleo, per complessivi 2.752 metri. Sui fronti a  giorno, aventi complessivamente una lunghezza di circa 1 km è stata eseguita la campionatura delle diatomiti mineralizzate ad uranio: sono stati quindi determinati, su un congruo numero di campioni, gli elementi radioattivi e quegli elementi che possono influenzare le dispersioni degli stessi nell'ambiente esogeno quali Cu, Zn, Pb, Fe, Si Mn, sostanze organiche e solfuri. E' stato accertato che lo spessore delle mineralizzazioni uranifere va da 60 a 120 cm con tenore di Uranio compreso tra 0,6 e 0,8 %. Dagli studi e sperimentazioni sulle "variazioni dell'equilibrio radioattivo" la mineralizzazione uranifera è risultata in fase di ossidazione. Il permesso è scaduto nel 1975.
  • Permesso "Pantane" (Comune di Viterbo ed altri) - C.N.E.N. - Il permesso si estende nella parte sud-occidentale del bacino mineralizzato ricadente nel permesso "Legarelle". Vi sono stati effettuati n. 1 sondaggio a carotaggio continuo e n. 14 sondaggi a distruzione del nucleo, per complessivi 1.484 metri che hanno evidenziato la continuazione, verso sud, dell'area mineralizzata del permesso "Legarelle" con le medesime caratteristiche di giacitura, per un totale di 2 kmq. Il permesso è scaduto nel 1974.
  • Permesso "Poggio di Campo Perello" (Comune di Viterbo ed altri). C.N.E.N.- Sono stati effettuati n. 12 sondaggi a carotaggio continuo e n. 6 sondaggi con prelievo di campioni indisturbati e n. 60 sondaggi a distruzione del nucleo, per complessivi 4.950 metri, al fine di delimitare il bacino uranifero, denominato "Commenda". La mineralizzazione più importante, di oltre un metro di spessore, è situata in prossimità della quota 270 s.l.m. e trovasi in una sabbia sottile, alquanto caolinizzata con debole diffusione di solfuri di ferro. Il permesso è scaduto nel 1975.
  • Permesso "LA Rocca" (Comune di Tuscania e altri), AGIP. -. Sono stati effettuati n. 7 sondaggi a carotaggio continuo, su una maglia quadrata avente lato di 1 km, per un totale di 555 m.
  • Permesso "Monte Leano" (Comune di Viterbo e altri). AGIP. -  Sono stati effettuati n. 25 sondaggi. Sono in corso presso il laboratorio geominerario di Colarete (BG) le analisi chimiche sulle "carote".
  • Permesso "Monte Jugo" (Comuni di Viterbo e Montefiascone)- AGIP. - E' stato eseguito un rilevamento geologico radiometrico nelle formazioni più indiziate.
  • Permesso "Celleno" (Comuni di Viterbo, Bagnoregio e Celleno)- AGIP - E' stato effettuato un rilievo geologico, con particolare riguardo ad alcune serie stratigrafiche al fine di predisporre il piano per l'indagine esplorativa del sottosuolo.
  • Permesso "Ferento" (Comuni di Viterbo e Vitorchiano) - AGIP - Dopo una prospezione geologico-mineraria d'insieme, sono stati effettuati studi e rilievi nelle gallerie e trincee scavate dal precedente permissionario (C.N.E.N.).

Minerali di Manganese
  • Permesso "Casale Pisello" (Comuni di Viterbo e Montefiascone) - ditta Ferdinando Saraca.-  Sono stati effettuati pozzetti e trincee e riattivate vechie gallerie, nelle quali è stato effettuato il prelevo di campioni.


Minerali di Fluorite e Barite
  • Permesso "Cappuccini" (Comune di Viterbo), I.P.I.M.- Sono stati scavati pozzetti, trincee e sondaggi con esito positivo. Nei campioni il tenore medio in CaF2 si aggira intorno al 31 %.
  • Permesso "Poggio San Giovanni" (Comune di Viterbo) - I.P.I.M. - Sono stati aperti 45 pozzetti e fori di sonda per 105 metri, di cui la maggioranza ha dato esito positivo.
  • Permesso "Monte Saliette" (Comuni di Valentano e Ischia di Castro) I.P.I.M. -  Sono stati eseguiti scavi in trincea e trivellazioni. Le analisi di numerosi campioni hanno dato tenori in CaF2 dal 23 al 42 %
  • Permesso "Pian Auta" (Comune di Vitorchiano) Mi.Re.- Le ricerche sono state ultimate con esito positivo. Il permesso è stato trasformato nell'omonima concessione.
  • permessi "S.Caterina e Acquafredda" (Comuni di Bagnoregio  e Montefiascone, Soc. Mineraria Barite. Lungo i fossi di Bagnoregio e delle Macchie è stata esplorata una fascia di terreno mineralizzata a Fluorite, con esito poco soddisfacente sia per la qualità che per quantità. Il tenore medio è risultato del 10 % di CaF2. I due permessi sono scaduti nel 1972.
  • Permesso Acquaforte (Comune di Valentano). L'attività mineraria svolta ha avuto lo scopo di ampliare le conoscenze del deposito mineralizzato a Fluorite, sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo. I lavori sono consistiti in perforazioni e scavi di pozzetti e trincee. Nelle località "Casale Biondi" è stata iniziata nel 972 la coltivazione ed il minerale estratto è stato interamente impiegato per prove tecnologiche di trattamento, al fine di determinare un ciclo che ne consenta l'arricchimento in tenore. La Fluorite di questo giacimento è troppo fine per essere arricchita con mezzi tradizionali e pertanto sono in corso prove che consentano un recupero di sottoprodotti tale da compensare l'elevato costo dell'arricchimento.

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